Menu principale:
tempo libero
musica,gruppi musicali,canzoni,mp3,complessi,band,cantanti,dischi,discografia,strumenti musicali,compositori,edizioni discografiche,cd musicali
gli STRIPPOP
La scena musicale italiana al momento offre pochi spunti di originalità, poche nuove sonorità. E' facile per una band prendere un qualcosa di quel gruppo aggiungerlo a quel riff che suona molto come l'altro gruppo e tirare fuori un pezzo che suona bene e che si canticchia volentieri quando lo si ascolta alla radio. E' l'arte del copia/incolla che spadroneggia sempre più spesso tra chi fa musica nel nostro bel paese. Gli Strippop appartengono a tale categoria di musicisti ma badate bene, gli Strippop sono dei ragazzi intelligenti e trascendono dalla mera classificazione su fatta. Il suono della band ricalca parecchio quello dei primi Radiohead e dei gruppi della scuola british ma ad un orecchio attento non sfuggono le influenze di una delle correnti musicali indipendenti più proficua ed originale dell'ultimo decennio: la scena indie belga. Mescolanze di suoni tra due mondi musicali simili eppure cosi lontani, ed è in questo che gli Strippop riescono e vi riescono pure in una maniera estremamente convincente.
La loro musica è un'altalena continua di riff violenti e gracchianti ad un alternarsi di dolci suoni che lasciano sospesi gli ascoltatori. E' come ascoltare Tom Yorke & company alternarsi di tanto in tanto ad un pizzico di melodrammaticità pungente dei Venus come nei brani Boy down e The last, oppure è come lasciarsi trasportare dalla vaghezza di "Bitter sweet symphony" dei Verve in Really o ascoltare i Notwist con il loro uso delicato dell'elettronica in I sing on your radio. Bravi, emozionano. Non sentirete nulla di nuovo che non sia capitato nei vostri cd-player ma di nuovo c'è che finalmente certi clichè musicali sono affrontati da dei ragazzi imolesi in maniera matura che sicuramente meriterebbero palcoscenici e una visibilità maggiore da protagonisti e non da gruppo spalla (ricordiamo le loro aperture ai Marlene Kuntz) e aspettando quel momento, vi auguro e vi raccomando di incrociare il loro cammino.
Marco Macrì
Gli Strippop sono un esempio di come si possa ascoltare e metabolizzare gran parte della musica più influente degli anni '90 e cavarne fuori una manciata di brani inutili, canzoni che non sanno che direzione prendere, bridge che sembrano fuori posto (Skate). Mi stupisco di come il Mucchio Selvaggio abbia potuto candidare Factory nelle trentacinque nomination dell'anno.
In Boy Down, pezzo carino e tra i più "tirati", i riff di chitarra sono edulcorati da una produzione ruffiana che strizza l'occhio al grande pubblico (Brendan O'Brien avrebbe saturato le distorsioni e tirato fuori un suono slabbrato come in alcuni suoi capolavori di produzione e missaggio, quali Vs dei Pearl Jam e Mirror Ball di Neil Young). The Last parte bene, con quell'incedere à la Deus, ma poi si perde in un chorus che si accosta pedissequamente al sound del più becero new metal, per non parlare del finale con quell'organetto che pare appartenere ad una cover band sfigata dei Doors. Le note più dolenti arrivano però ascoltando le stucchevoli ballatone Really e I Sing On Your Radio. La prima, inizia con un melodico ed agrodolce cantato (che non sarebbe neanche male) accompagnato da semplici accordi, poi si svacca inevitabilmente verso la metà dove i Nostri tentano di realizzare un crescendo nel quale, invece di far fare alle chitarre il loro sacrosanto dovere, abusano di tastiere per riempire la coda di orpelli orchestrali. Ascolti la seconda ballata e ti dici: "Cavolo! Sti tipi hanno sbagliato genere!". L'inizio ti spiazza. Un minimalismo elettronico che ricorda alla lontana la Bjork di Vespertine, ma è un attimo, un lampo nel buio, il cattivo gusto negli arrangiamenti è lì dietro l'angolo, ed ecco allora un turbinio di archi (veri o finti che siano) e chitarrone roboanti nel finale.
Un aspetto positivo c'è! Gli Strippop iniziano quasi sempre bene i loro brani!
Alessandro Passarelli-Pula