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BANDIERE ROSSE SU VIA PAOLO SARPI

arte e cultura

a proposito di :
BANDIERE ROSSE SU VIA PAOLO SARPI
di Maurizio Bruni


Chi abita nella tradizionale zona “cinese” da ormai molti anni ne conosce i suoi vari aspetti: quando ero presidente del Consiglio di Zona avevo affrontato con le autorità anche il problema “ordine pubblico cinese” (si era nel 1990) e l’unico era rappresentato da un uomo che, regolarmente, si sbronzava ogni sabato sera e che i ghisa dovevano riaccompagnare a casa dopo averlo raccolto in via Sarpi.
In quegli anni era iniziata intanto una selvaggia immigrazione assolutamente fuori da ogni controllo, tanto da scalzare gli antichi residenti cinesi, perfettamente integrati e mantenuti sotto controllo da Nanchino, il ferreo capo della comunità, ed introdurre un sistema nel quale (è cronaca) non manca anche immigrazione clandestina, lavoro nero, possibile riduzione in schiavitù anche dei più piccoli.
Da questa situazione di tensione, con una comunità che utilizza proprie regole talvolta diverse da quelle italiane, ed in carenza di un dialogo con le autorità cittadine, un’esplosione era solo attesa e non deve stupire: ora è tempo che il problema sia analizzato con serenità e fermezza.
Ma al di là della violenza, trovo giusto rilevare alcuni aspetti, poco considerati finora dalla stampa e dai commenti ufficiali, iniziando dall’esposizione della bandiera rossa cinese in Via Paolo Sarpi: essa non esprime certamente un sogno comunista; credo che ben pochi cinesi (e nessuno tra loro, qui) creda più in quel tragico ed irreale sogno politico, quanto che essa rappresenti un profondo legame con la madre patria, testimoniato anche da un cortese, ma duro, intervento a livello ministeriale da Pechino per invitare l’Italia a trovare una soluzione.
Non mi ha preoccupato quindi la comparsa di quelle bandiere, ma ho notato l’assenza, tra i cinesi, della bandiera italiana: è stata un’occasione persa e non rimediabile facilmente per rappresentare la volontà di “essere italiani” di diventare italiani, di rispettare le leggi della nazione che li ha accolti e li ospita.
Un’intervistata ha sottolineato: «però qui noi lavoriamo più di voi». Questo è il secondo aspetto critico.
E’ vero, ma mi rifiuto di credere che il lavoro sia un bene assoluto e astratto: pochi lavoravano tanto come gli schiavi, ma nessuno si sogna di ritornare all’epoca dello schiavismo, col quale si perde la dimensione umana.
E non va dimenticato che nel commercio i negozianti cinesi non aderiscono alle associazioni “italiane”. E questo è un terzo momento critico, perché dimostrano un’alterità dalla nazione nella quale hanno chiesto di vivere.
Le parole più equilibrate in questi giorni sono state espresse, a mio giudizio, da Letizia Moratti: «regole uguali e giuste per tutti, da rispettare, nessuna zona franca».
Forse, il problema non era sentito così acutamente negli anni passati, ma è apprezzabile che ora il nostro sindaco abbia dimostrato tale serenità e discernimento.
In questo ambito, però, vorrei che non ci si dimenticasse dei problemi che riguardano i bambini cinesi e la loro integrazione, tematica completamente ignorata. Non basta una volonterosa parrocchia, o un’associazione religiosa pur utile: è una materia che va osservata con sensibilità globale, che riguarda tutta la città, e con l’attenzione che il minore richiede se vogliamo che diventi un adulto organico alla nostra società: passando in visita medica per le case del quartiere mi è capitato di vedere piccolini con gli occhi a mandorla parlare con pesante accento milanese, così come non dimentico il rammarico della figlia di un’amica che dopo aver visto i tafferugli per televisione diceva «ma io sono amica di Wan» un suo compagno alla scuola elementare.
Forse da qui proprio si dovrebbe partire, con prudenza, ma con una disposizione all’accoglienza unita alla chiarezza delle regole, sapendo che anche tra la comunità cinese esiste di tutto: persone perfettamente integrate ed altre che nemmeno sanno una parola di italiano e, magari, sono sfruttate dai loro compatrioti; va favorito chi vuole crescere in Italia, unendo le nostre regole al loro dinamismo. Va combattuto, e duramente, chi ritiene di imporre comportamenti in contrasto con la nostra cultura e le nostre leggi.

foto Mantovani

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